Il Teatro Romano a Ventimiglia (IM)

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Il Teatro Romano in zona Nervia di Ventimiglia (IM) é stato, nel corso dell’ultimo secolo, lentamente riportato alla luce.

Come attesta, ad esempio, la precedente fotografia in bianco e nero, che risale al periodo a cavallo dell’ultimo conflitto mondiale, nella quale l’edificio in primo piano probabilmente all’epoca incorporava ancora resti di una chiesa paleocristiana, ora andati perduti. nrv-tetro.r2

Come é capitato spesso nella storia, molti luoghi vennero più o meno lentamente abbandonati dopo le grandi invasioni barbariche, sino a non lasciare più traccia neppure nella memoria delle popolazioni locali. 14_16nov (349)

 

Come é appunto avvenuto per l'”Albintimilium” Romana in zona Nervia di Ventimiglia (IM). 14c1_20dic (13)Accadeva sulla fine del Medio Evo che i coloni della prebenda vescovile, lavorando la terra, rinvenissero marmi, pietre e monete, ma non erano in grado di tenere coscienza delle loro occasionali scoperte. Sulla base di documentazione scritta, si può attualmente affermare che il primo a rendersi conto del rilievo storico di quella zona, sia stato nel XVII secolo, proprio notando quanto facevano i contadini, l’erudito agostiniano Angelico Aprosio.

15_gen01 (82)Che venne immediatamente contraddetto da contemporanei presunti eruditi del posto, i quali sostenevano la continuità sulla rocca medievale di Ventimiglia – più a ponente e a guardia della foce del fiume Roia – di presenza insediativa dall’epoca romana a quella contemporanea. foce.nervia.p3Lo storico locale Girolamo Rossi ritornò, poco oltre la metà del 1800, sui passi dell’Aprosio e diede l’avvio ad una lenta azione di recupero archeologico, intessendo oltrettutto specifica corrispondenza con Teodoro Mommsen, illustre esperto tedesco della storia di Roma antica, che visitò anche la città. Altri studiosi, tra cui Barocelli e Lamboglia, interpretarono e suscitarono altri rinvenimenti: ognuno di questi aspetti meriterebbe un capitolo a parte. Ci limitiamo, per il momento, ad una breve rassegna fotografica.

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La Villa Romana del Cavalcavia con i segni del decumano massimo. insulae (9)

Le “Insulae”.

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Antiquarium del Ministero dei Beni Culturali e Terme. Mosaico dell’Ospedale. mosaico.osp.z (2)

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Lastricato della Via Julia Augusta riposizionato su bastione accessorio del cavalcavia.

Scorcio di Alta Valle Argentina (IM) in una carta del 1700

 

Realdo – all’epoca, dominio del Regno di Sardegna – e Verdeggia, Frazioni di Triora (provincia di Imperia), Alta Valle Argentina, in una mappa di circa metà XVIII secolo, redatta dal cartografo della Serenissima Repubblica di Genova, colonnello Matteo Vinzoni.

Fu inevitabile che insorgessero controversie tra sudditi di Stati ostili: per dirimere i contrasti la Repubblica mandò il cartografo Matteo Vinzoni. Doveva redigere una carta (Tipo dimostrativo de Verdeggia Territorio di Triora –  in Arch. di Stato di Genova, Racc. Cart., Busta 3, Briga 2 -), che delineasse i confini fra le comunità (e fra i 2 Stati), che regolasse i diritti, che costituisse un atto certo per discussioni legali su usurpazione di pascoli e coltivi nel territorio di Verdeggia ad opera dei Sudditi Sabaudi di Realdo. La carta è un riflesso del fascino che questo ambiente, aspro e straordinario, esercitava sui primi “turisti” anche se visitatori di mestiere come il Vinzoni: vi si riconosce il mosaico formatosi in questa punta della Podesteria di Taggia.
Si vedono le particolarità della zona in cui s’alterna il verde della valle ed il cupo di rocce sfibrate dal tempo, dall’erosione, dall’opera dell’uomo alla ricerca di cave: oltre le balze di Realdo, cui Vinzoni diede risalto si nota la “Rocca Barbone”, un complesso singolare per la forma, che diede nome al vicino torrente “il Barbone”. Vinzoni, nella carta, al punto A scrisse: “Sito nell’unione delli due Valloni, ove al presente manca il Termine” (per l’antichità, per qualche frode od anche solo per i lavori agricoli non si vedeva più il “termine” o “cippo confinario” che regolava l’accesso e segnava le priorità a riguardo dell’Alpe detta “Ponta di Santa Maria”). Precisò poi che mentre in territorio genovese di Verdeggia (punto D) erano visibili le “Tre croci o cippi di confine” imprevedibili ragioni avevano mascherato i cippi corrispondenti in territorio sabaudo, ( punto E): “Sito dell’altre tre Croci al presente coperte da terra, e pietre scadute dalla montagna” (era un’affermazione e motivata per giustificare come i “piemontesi” di Realdo non riconoscessero alcun cippo di confine ed entrassero in territorio genovese a svolgere attività agricole: attività che poi, come attestavano le loro rimostranze, eran state sfruttate dai sudditi genovesi di Verdeggia come scrisse il Vinzoni commentando il punto G della sua cartografia: “Siti stati coltivati l’anno 1735 dalli Sudditi di Savoia, e poi seminati, e racolti dalli Sudditi di Genova”)

da Cultura-Barocca