Scorcio di Alta Valle Argentina (IM) in una carta del 1700

 

Realdo – all’epoca, dominio del Regno di Sardegna – e Verdeggia, Frazioni di Triora (provincia di Imperia), Alta Valle Argentina, in una mappa di circa metà XVIII secolo, redatta dal cartografo della Serenissima Repubblica di Genova, colonnello Matteo Vinzoni.

Fu inevitabile che insorgessero controversie tra sudditi di Stati ostili: per dirimere i contrasti la Repubblica mandò il cartografo Matteo Vinzoni. Doveva redigere una carta (Tipo dimostrativo de Verdeggia Territorio di Triora –  in Arch. di Stato di Genova, Racc. Cart., Busta 3, Briga 2 -), che delineasse i confini fra le comunità (e fra i 2 Stati), che regolasse i diritti, che costituisse un atto certo per discussioni legali su usurpazione di pascoli e coltivi nel territorio di Verdeggia ad opera dei Sudditi Sabaudi di Realdo. La carta è un riflesso del fascino che questo ambiente, aspro e straordinario, esercitava sui primi “turisti” anche se visitatori di mestiere come il Vinzoni: vi si riconosce il mosaico formatosi in questa punta della Podesteria di Taggia.
Si vedono le particolarità della zona in cui s’alterna il verde della valle ed il cupo di rocce sfibrate dal tempo, dall’erosione, dall’opera dell’uomo alla ricerca di cave: oltre le balze di Realdo, cui Vinzoni diede risalto si nota la “Rocca Barbone”, un complesso singolare per la forma, che diede nome al vicino torrente “il Barbone”. Vinzoni, nella carta, al punto A scrisse: “Sito nell’unione delli due Valloni, ove al presente manca il Termine” (per l’antichità, per qualche frode od anche solo per i lavori agricoli non si vedeva più il “termine” o “cippo confinario” che regolava l’accesso e segnava le priorità a riguardo dell’Alpe detta “Ponta di Santa Maria”). Precisò poi che mentre in territorio genovese di Verdeggia (punto D) erano visibili le “Tre croci o cippi di confine” imprevedibili ragioni avevano mascherato i cippi corrispondenti in territorio sabaudo, ( punto E): “Sito dell’altre tre Croci al presente coperte da terra, e pietre scadute dalla montagna” (era un’affermazione e motivata per giustificare come i “piemontesi” di Realdo non riconoscessero alcun cippo di confine ed entrassero in territorio genovese a svolgere attività agricole: attività che poi, come attestavano le loro rimostranze, eran state sfruttate dai sudditi genovesi di Verdeggia come scrisse il Vinzoni commentando il punto G della sua cartografia: “Siti stati coltivati l’anno 1735 dalli Sudditi di Savoia, e poi seminati, e racolti dalli Sudditi di Genova”)

da Cultura-Barocca

Marcello Cammi, Vino Rossese (3)

“Marcello Cammi (n.d.r.: Sanremo, 1912 – Bordighera, 1995) è figlio di questo secolo. Ne fanno fede l’uso sapiente e spesso ardito della materia: le patine che danno all’argilla riflessi bronzei, l’abile trattamento che le conferisce la fibrosità del legno, i profili logorati, le forme ottuse, i tratti ridotti all’essenziale. Nell’opera pittorica dominano le immagini della Liguria, il mare, i torrenti, le spiaggette ed i ritratti: figure umane dalle linee marcate, donne soprattutto, belle e misteriose, e poi personaggi simbolici, tratti da lontane e vicine mitologie. Riappare qui evidente, come nelle sculture, lo stile personalissimo di Cammi, il suo primitivismo tra il metafisico e il naif.
Prevalgono i colori terrosi, che non mettono però mai tristezza, essendo anzi carattere dominante di Cammi l’ottimismo, la gioia di vivere”

[testo tratto da MARCELLO CAMMI di Mario Giulian]

Fonte: Cultura-Barocca

Seborga (IM): cenni di storia

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Seborga: uno scorcio

Seborga, in provincia di Imperia, nell’entroterra (a pochi chilometri) da Bordighera,  vanta una storia antica e misteriosa. Nel nome del paese G. Petracco Sicardi nota 2 possibili interpretazioni e scrive:” Nelle forme storiche del toponimo si alternano due tradizioni, l’una dotta che cita l’insediamento col nome di Sepulcrum, l’ altra più vicina alla pronunzia (Sebolcaro nel 1079, Suburcaro nel 1250, Seburco nel 1394); con la seconda concorda la dizione locale Seburga, maschile. Poiché da Seburga si può risalire a un *sepulc(a)rum, alterazione di sepulcrum, le due tradizioni non sono alternative per l’etimologia, ma resta ignoto a quale epoca risalga la denominazione e di quale sepolcro si tratta” (Dizionario di Toponomastica, UTET, Torino, 1990 sotto voce “Seborga”: sempre che, sull’origine del nome, non abbia avuto qualche interferenza il “sepolcreto” fuori borgo [segnato con simbolo cruciforme], ora irreperibile dopo i ripascimenti del terreno, disegnato dal cartografo genovese M. Vinzoni poco oltre metà ‘700 in due grandi mappe, con didascalie, dal titolo “Ricognizione sui territori di Seborga e di Vallebona e Tipo de i Territori, conservati in “Archivio di Stato di Genova – Magistrato delle Comunità -Giunta dei Confini – Pratiche depositate dal Col.Matteo Vinzoni, filza 106 A, poi editi da B.DURANTE – F.POGGI, Diplomazia e cartografia – Materiale inedito dell’archivio “vinzoniano” sulle vertenze confinarie e giurisdizionali tra il “Principato di Seborga, Vallebona e Sanremo in “Rivista Ingauna Intemelia”, N.S., XXXXIX, 1984, n.3-4, pp.52-66 con 3 particolari delle carte vinzoniane ed 8 schizzi topografici: nel saggio è inoltre raccolta la bibliografia basilare sul “Principato di Seborga”).
Sulle bellezze paesaggistiche del paese, sulla conservazione delle tradizioni e sulla storica volontà di essere riconosciuto tuttora come “Principato autonomo dallo Stato Italiano”, con suo reggente dal titolo di “Principe” (di provenienza però monastica) si discute da tempo, e tante versioni son state fornite sull’argomento che pare qui superfluo riprenderle. Basti dire che si tratta di un luogo affascinante e per molti aspetti dalla storia controversa di cui qui di seguito si dà un sunto.
Dati certi o quasi sulla storia di Seborga (prescindendo dalla non trascurabile possibilità che il luogo sia stato sede di qualche ceppo ligure intemelio e quindi di poderi rurali d’epoca romana) si riallaccia alla sua origine medievale come feudo monastico (PRINCIPATO ECCLESIASTICO DI SEBORGA) per una possibile donazione del conte Guido di Ventimiglia (nel 954), prima di partecipare ad una crociata contro i Saraceni, all’abbazia lerinese di S. Onorato. In base al testamento del nobile intemelio i Padri di Lerino sarebbero infatti entrati in possesso principalmente della chiesa comitale di S. MICHELE DI VENTIMIGLIA con il suo piccolo, e lontano, insediamento agricolo di SEBORGA nell’entroterra di Bordighera. Indagini ulteriori, di vari studiosi, su tali documenti hanno permesso di confermare che questa donazione del 954, per quanto sia giunta a noi in copie e documenti scorretti formalmente, aveva un punto di partenza in un documento autentico, steso da Guido Conte intemelio al momento di salpare dal porto di Varigotti “Contro i perfidi Saraceni”, onde partecipare alla spedizione guidata da Guglielmo di Arles che avrebbe scacciato per sempre i pirati Saraceni dalla base del Frassineto entro il 972.
In seguito gli abitanti di Seborga, definendosi “uomini di detto monastero [di S. Michele: anche questa chiesa come quella di S. Maria di Dolceacqua, donativo feudale ai Benedettini]” si proclamarono sudditi del “Priore del monastero stesso” e si riconobbero debitori delle decime: ancora nel 1469 gli abitanti del paese riconfermarono questi loro impegni a “Frate Nicolao di Ventimiglia d’Aurigo, priore di S. Michele di Ventimiglia”.
Bisogna tuttavia tener sempre presente che, data la peculiare conformazione giurisdizionale di questo territorio, i conti di Ventimiglia, e poi il Comune della stessa città, avanzarono spesso dei diritti atavici verso il territorio di Seborga, rivendicando alcuni aspetti legali della donazione: sino a quando almeno – per quanto è stato definito in un campo di ricerche che non hanno ancora avuta una definitiva ed unanime chiarificazione – il vescovo intemelio Stefano definì i limiti territoriali del principato ecclesiastico a fronte del vasto territorio di Ventimiglia.

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Seborga, Il Palazzo della Zecca

La povertà e ristrettezza del territorio impedì comunque una costante fioritura del possedimento benedettino sì che i monaci, cercando nuove forme di sovvenzione, lecitamente appellandosi ai dettami del loro possesso sovrano non ritennero conveniente esercitare il diritto di “coniare monete”, istituendo una ZECCA ricavata a fianco della Prioria, cioè nel palazzo nobile già ritenuto sede dei Cavalieri Templari.

da Cultura-Barocca

Bordighera, Madonna della Ruota

da Cultura-Barocca (www.cultura-barocca.com): "L'antica chiesa di Nostra Signora della Rota, nell'area tra Bordighera ed Ospedaletti, dipendeva dal monastero di S. Ampelio ed aveva annesso un ospedale "Prossimo alla marina" come si apprende dalla richiesta di "Patronato" [sostegno materiale e spirituale di un organismo ecclesiastico: nel caso si chiese ed ottenne di assegnare questa proprietà ecclesiastica al patronato dell'abbazia di S.Fruttuoso di Capodimonte (XIII sec.) voluta dai Doria che vi tenevano un sepolcreto di famiglia e realizzata addossando l'edificio nuovo ad uno preesistente ed in degrado del X secolo] fatta da Oberto Doria a Papa Bonifacio VIII, con risposta apostolica d'assenso del 13 XI 1296. Nella richiesta del 1296 dei Doria di Patronato della chiesa di N.S. della Rota si fa cenno al degrado di questa porzione dei beni di S.Ampelio, forse per dimostrare qual poca cura ne avessero ormai i Canonici del Capitolo intemelio, successi ai Benedettini (ma non bisogna dimenticare che, un ASPRO PERCORSO di fatto realizzato seppur poi ben poco usato per la sua durezza, avrebbe consentito ai Doria - ed ai pellegrini di Terrasanta - di accedere dal Castello di Dolceacqua alla Chiesa di N.S. della Rota [ed in particolare al suo sicuro, prezioso approdo marittimo, utilissimo anche per commerciare] senza dover passare per Nervia di Ventimiglia e quindi pagare pedaggio a questa comunità specialmente per l'esportazione marinara dei prodotti tipici del loro territorio quali soprattutto VINO ed OLIO : B. DURANTE-R. CAPACCIO, Marciando per le Alpi... cit., p. 275 e la carta topografica al riguardo in Guida di Dolceacqua..., cit., di B. Durante-A. Eremita). L'ospedale della "Ripa Nerviae ad Rotam" (De Rota o ad Rotam continua forse per estensione il latino Rota nel senso di "giro di costa" come ha sostenuto G. Alessio nel Panorama di Toponomastica italiana (Napoli, 1959, pp. 12-14) sotto il Patronato dei Doria e quindi sotto il Capitanato di Ventimiglia, continuò ad espletare i suoi compiti fino ad occupare una discreta area territoriale, ove gradualmente sorse un microinsediamento. Per esempio il notaio Ugo Botaro avea fatto un lascito testamentario (come risulta da un documento del de Amandolesio) già il 29-XII-1258, di 10 lire di genovini o lire genovesi per l'ospedale o chiesa di Santa Maria de Rota...al fine di acquistare materassi per il riposo dei poveri, dei malati e degli stanchi viandanti": da ciò si ricava che, per la coscienza comune del XIII secolo, quel sito svolgeva un ruolo di una certa importanza assistenziale."
da Cultura-Barocca (www.cultura-barocca.com): “L’antica chiesa di Nostra Signora della Rota, nell’area tra Bordighera ed Ospedaletti, dipendeva dal monastero di S. Ampelio ed aveva annesso un ospedale “Prossimo alla marina” come si apprende dalla richiesta di “Patronato” [sostegno materiale e spirituale di un organismo ecclesiastico: nel caso si chiese ed ottenne di assegnare questa proprietà ecclesiastica al patronato dell’abbazia di S.Fruttuoso di Capodimonte (XIII sec.) voluta dai Doria che vi tenevano un sepolcreto di famiglia e realizzata addossando l’edificio nuovo ad uno preesistente ed in degrado del X secolo] fatta da Oberto Doria a Papa Bonifacio VIII, con risposta apostolica d’assenso del 13 XI 1296.
Nella richiesta del 1296 dei Doria di Patronato della chiesa di N.S. della Rota si fa cenno al degrado di questa porzione dei beni di S.Ampelio, forse per dimostrare qual poca cura ne avessero ormai i Canonici del Capitolo intemelio, successi ai Benedettini (ma non bisogna dimenticare che, un ASPRO PERCORSO di fatto realizzato seppur poi ben poco usato per la sua durezza, avrebbe consentito ai Doria – ed ai pellegrini di Terrasanta – di accedere dal Castello di Dolceacqua alla Chiesa di N.S. della Rota [ed in particolare al suo sicuro, prezioso approdo marittimo, utilissimo anche per commerciare] senza dover passare per Nervia di Ventimiglia e quindi pagare pedaggio a questa comunità specialmente per l’esportazione marinara dei prodotti tipici del loro territorio quali soprattutto VINO ed OLIO : B. DURANTE-R. CAPACCIO, Marciando per le Alpi… cit., p. 275 e la carta topografica al riguardo in Guida di Dolceacqua…, cit., di B. Durante-A. Eremita).
L’ospedale della “Ripa Nerviae ad Rotam” (De Rota o ad Rotam continua forse per estensione il latino Rota nel senso di “giro di costa” come ha sostenuto G. Alessio nel Panorama di Toponomastica italiana (Napoli, 1959, pp. 12-14) sotto il Patronato dei Doria e quindi sotto il Capitanato di Ventimiglia, continuò ad espletare i suoi compiti fino ad occupare una discreta area territoriale, ove gradualmente sorse un microinsediamento. Per esempio il notaio Ugo Botaro avea fatto un lascito testamentario (come risulta da un documento del de Amandolesio) già il 29-XII-1258, di 10 lire di genovini o lire genovesi per l’ospedale o chiesa di Santa Maria de Rota…al fine di acquistare materassi per il riposo dei poveri, dei malati e degli stanchi viandanti”: da ciò si ricava che, per la coscienza comune del XIII secolo, quel sito svolgeva un ruolo di una certa importanza assistenziale.”